Dove cercare la strada per il paradiso?

Ciao a tutti, questo blog nasce con l’intenzione di descrivere cosa sia veramente questo benedetto paradiso, che è chiamato nei modi più variegati considerando tutte le tradizioni spirituali e religioni esistenti al mondo.

Ho scelto di trattare questo argomento perchè spesso le persone che si interessano di spiritualità hanno molta confusione in testa, e, qualsiasi sia il loro credo, finiscono con l’irrigidirsi incosapevolmente su posizioni che sono solamente descrizioni diverse di uno stesso stato interiore di pace, beatitudine e amore universale, raggiungibile da ognuno di noi, ma descrivibile solo metaforicamente, stato quindi non comprensibile finchè si è in vita, e si è limitati da un corpo fisico e da una mente razionale, ancorata alla concettualità.

I mistici cristiani stessi, che sono quelli più vicini alla nostra cultura, e alcuni dei quali abbiamo avuto modo di ascoltare e magari anche di vedere di persona (Padre Pio ad esempio), parlando delle loro visioni mistiche lasciavano intendere che il paradiso non è un luogo ma uno stato interiore, e che il loro era per così dire un “assaggio di paradiso”, uno stato percepibile ma allo stesso tempo accessibile pienamente solo dopo la morte.

Essi stessi parlavano spesso anche del purgatorio, un’ulteriore stato interiore raggiungibile dopo la morte da chi in vita avesse avuto una buona condotta, e una forte fede, nel seguire i comandamenti di Dio e nel seguire la sua volontà, conducendo cioè una vita di amore fraterno nei confronti di tutti gli uomini, anche quelli dai quali abbiamo ricevuto solo cattiverie, e per i quali dovremmo sforzarci sempre di pregare.

I comandamenti di Dio sono una verità per il paradiso in quanto rappresentano un sentiero sicuro per la vita celeste dopo la morte, che se intrapreso ci condurrà a evitare tutte le sofferenze e gli stati interiori negativi di rabbia, malessere e malattia, che sono contrapposti allo stato paradisiaco, e al tempo stesso rappresentano una verità terrena, per la vita quotidiana, perchè anche se non lo volessimo ammettere a noi stessi, non seguendoli non potremmo essere felici. Infatti una vera e completa felicità non può essere tale qualora venisse escluso anche un solo essere vivente, anche se esso sembrasse alla nostra limitata visione un essere insignificante, o il peggior criminale, infatti infrangendo anche uno solo dei dieci comandamenti, si infrangerebbe di fatto, automaticamente il rispetto nei confronti del prossimo, o di almeno un uomo, infrangendo quindi anche l’amore universale di cui i comandamenti di Dio sono la perfetta sintesi.

Un altro aspetto importante da considerare è la motivazione di altruismo che i santi ci invitano ad applicare nella nostra vita, preso atto della nocività delle azioni malevole, e dannose nei confronti del prossimo, e quindi per noi stessi, essi ci invitano a seguire i dieci comandamenti non come un comando a cui ubbidire,  ma come un piacere nell’amare il prossimo, amore di cui veniamo subito ricambiati nel compiere le azioni stesse semplicemente nella presa di coscienza di quanto possiamo essere di sollievo e di aiuto al prossimo, e nel considerare che saremo certamente ricompensati da Dio. Inoltre tenere una buona condotta porta ad una maggiore facilità del ripeterla in futuro, quando qualcuno avrà bisogno di noi, e aiuta ad allontanarci dalla pigrizia del non agire, o peggio ancora del sottrarci ad aiutare chi ha bisogno. Quindi tutti in realtà non possiamo prescindere gli uni dagli altri, ognuno é partecipe nel mondo di un sistema complesso e dinamico di cui tutti facciamo parte, e di conseguenza ognuno deve e non può fare altro che cercare la pace con tutti se vuole essere in pace con se stesso. Santa Caterina da Genova diceva che quando compiamo del bene tutte le anime ne beneficiano e oltre a questo anche le anime che stanno purificandosi nel purgatorio possono ricevere beneficio dalle nostre preghiere, così come noi ne possiamo ricevere da loro.

Ovviamente non dovremmo rispettare i comandamenti solo perchè ce lo ha detto Gesù, per chi lo desidera è sufficiente osservare gli effetti nella propria vita, quando infrangiamo almeno uno di essi, la gente non può altro che parlare male di noi a riguardo, e si radica sempre più una brutta abitudine che naturalmente tende a divenire una nostra caratteristica caratteriale.

Quindi per cercare il paradiso dovremmo semplicemente iniziare in questa vita a osservare la nostra condotta, in maniera molto semplice, e a comprendere quanto siamo egoisti e concentrati su noi stessi e sul nostro modo personale di giudicare, proprio per la nostra stessa natura di animali, e per l’istinto di sopravvivenza, quindi dovremmo iniziare ad ascoltare gli altri con disponibilità e a togliere ogni filtro di pregiudizio, in fondo è quello che Gesù ci chiede nel vangelo quando nomina la pagliuzza cioè i difetti che tendiamo a vedere negli altri trascurando la trave che abbiamo nei nostri occhi. In realtà la pagliuzza non sono solo i difetti reali degli altri, che è umano ogni essere abbia, ma anche la tendenza che abbiamo ad ingigantire i difetti degli altri, anche perchè tendendo ad osservarli si perdono di vista i propri, che possono anche influenzare il nostro giudizio, mentre si rischia di perdere di vista gli altrui pregi. Quindi il paradiso si può trovare anche su questa terra, se ci sforzassimo veramente di essere concentrati sui pregi degli altri, se non ci lascissimo prendere dalla fretta e dalla rabbia, nel giudicare gli altri solo per i loro difetti. Questo non è facile da attuare, ci vuole pazienza, e perseveranza, e d’altronde avendo ognuno dei difetti,  siamo tutti soggetti a giudicare ed essere giudicati, ma proprio perchè quando lo siamo, comprendiamo bene la sofferenza nell’essere valutati male solo per errori commessi in una certa situazione in un determinato periodo, in cui magari avevamo avuto anche delle attenuanti per averli commessi, dobbiamo essere concentrati in quella situazione in cui istintivamente tenderemmo ad esprimere un nostro giudizio rabbioso o offensivo, e continuare invece ad tenere a mente quanto quella persona, fuori da quel contorno di circostanze che in quel momento ce la sta facendo giudicare male, sia stata buona con noi. Può essere che abbiamo avuto con una certa persona da sempre un rapporto non buono, che lei ci abbia sempre inondato della sua cattiveria, ma in ogni caso, non meriterebbe neanche in questo caso arrabbiarsi, sarebbe sufficiente una frase di chiarimento sincera e decisa, e al limite un allontamento per il bene di entrambi, qualora restare insieme porterebbe tutti e due a litigi e a compiere azioni nocive.

In ogni caso è molto difficile raggiungere il paradiso sebbene questa meta non sia esclusa a nessuno, la strada da percorrere è l’umiltà, il non giudizio, la buona condotta, l’altruismo ed una fede assoluti.

I santi cristiani ci parlano quindi dell’esistenza del purgatorio come una fase di preparazione per il paradiso, fase di passaggio molto più facilmente raggiungibile per chi lasci la vita su questo mondo, e utile a purificare i peccati veniali (leggeri)  commessi in vita e non confessati, i peccati più gravi, e indistintamente tutti i peccati di cui occorre cancellare la malsana abitudine a commetterli.

Quindi questi santi ci invitano a riflettere sulle nostre azioni compiute materialmente, ma anche con le parole e pianificate o semplicemente pensate nella mente, proprio perchè una caratteristica dei peccati è quella della tendenza a ricommetterne di nuovo. Dovremmo quindi prendere spunto da questa ineluttabile necessità, dopo la morte, di dover purificare le nostre abitudini malevole, per sforzarci di non commettere peccati in vita, proprio quando ci troviamo in condizioni di tentazione, ovvero abbiamo le circostanze esterne nella vita quotidiana, che potrebbero rappresentare un invito a ricadere in errore portandoci così a ricommettere lo stesso peccato. Quindi dovremmo comportarci in modo tale da rimanere in grazia di Dio, pensando semplicemente al peso che dovremmo caricarci addosso ogni volta che commettiamo un peccato contro i suoi comandamenti, e che comunque sia dovremmo ritrovare alla morte, sottoforma di sofferenza da scontare come purificazione necessaria per arrivare a Dio, al paradiso. Quindi le difficoltà che incontriamo in vita possiamo usarle, dando il meglio di noi stessi, e camminare quindi sul sentiero della fede che Gesù ci ha indicato per arrivare finalmente a vivere una vita in comunione e in pace con gli altri, e per giungere presto in paradiso dopo la morte.

Nel cristianesimo si fa riferimento alla confessione come ad un metodo di purificazione dei peccati, ma per chi non crede in questo sacramento, ciò che conta veramente di questo sacramento, è la volontà, e il compimento dell’ammettere con umiltà ad un’altra persona i propri errori, e confessandoli il promettere, magari inizialmente anche in maniera solo formale , di non ricommetterli. In questo modo dopo la confessione si può veramente provare una sensazione di liberazione e pace interiore per la propria presa di coscienza dei propri errori, e il coraggio e l’umiltà di averli ammessi ad un’altra persona. Un altro aspetto molto importante per purificare i propri peccati sta nel compiere un gesto, nel pronunciare una parola, o nel pensare in un certo modo, all’opposto di ciò che abbiamo compiuto malvagiamente, pensiamo ad esempio a quando da ragazzini rubavamo delle caramelle nei bar, sarebbe sufficiente riportare dei soldi, magari facendo finta di avere da restituire dei soldi al barista, per rendersi conto in questo caso, quante buone sensazioni si accumulano nella propria coscienza. Oppure quando diciamo qualcosa di brutto, un’offesa ad una persona, possiamo chiedere scusa e poi fare degli apprezzamenti su di lei, per farle capire che la apprezziamo ancora, in questo modo riusciamo davvero a ricreare un buon rapporto con lei e quindi a stare bene anche noi stessi. Stessa cosa con i pensieri, pensiamo a quando abbiamo passato ore ed ore, per non dire mesi a pensare ai torti subiti da una persona, e a maledirla, anche per istinto, senza volerlo davvero, basta osservare quanto può farci purificare da quella cattiva abitudine iniziare a pregare e a benedire quella person, augurandole del bene, quanto più sereno è l’incontro con quella persona, quando avviene nuovamente. In fondo è scritto anche nel vangelo, Dio non è un giudice, ma ci ha parlato tramite Gesù, essendosi incarnato in lui, in questo mondo, per darci la strada, per raggiungere il paradiso, quindi i peccati commessi non ce li deve perdonare Gesù ma dobbiamo semplicemente scontarli sulla nostra pelle, e quanto più ci esercitiamo in vita per trasformare il nostro vivere in un servizio per gli altri, più buone azioni compieremo, con la motivazione suprema del raggiungere il paradiso, tanto più facile sarà raggiungerlo quando lasceremo questa vita.

Anche nella vita stessa tutti i più grandi santi sono stati di grande beneficio per gli altri, essendo consapevoli che quella era l’unica via possibile per il paradiso, d’altronde poi quando si inizia a cercare di fare del bene agli altri, per il semplice desiderio di aiutare il prossimo e di saperlo felice, poi viene spontaneo agire in questa direzione, senza neanche pensarci, e si inizia a vivere in una beatitudine, che è insieme consapevolezza dell’attaccamento che abbiamo nei confronti della nostra esistenza, che è di natura temporanea, e dell’unica grande risorsa che non avrà mai fine, la nostra anima, che è legata a Dio, e a tutte le altre anime. Quando si inizia a fare del bene, e si inizia a scorgere la pontenzialità che abbiamo di poter influire positivamente nella vita degli altri, la vita inizia a scorrere senza più preoccupazione per il passato, o per il futuro, si inizia a vivere ogni attimo presente, con felicità, si riacquista il sapore della vita e forse un po’ di quella beatitudine che avevamo prima di cadere dall’eden.

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